A fine novembre Renzi ha annunciato che la famiglia Riva è pronta a pagare 1,3 miliardi di euro per i danni ambientali e sanitari procurati dall’Ilva. Con l’accordo negoziato si chiude un altro capitolo della vicenda che ha scosso l’Italia per molti lunghi anni.

Ripercorriamone le tappe partendo dalla genesi: una volta che sarà chiara la storia e l’entità della tragedia, ognuno potrà valutare se la cifra pattuita tra le parti in causa sia adeguata a risolvere la crisi che una di queste parti ha scatenato.

L’Ilva, atto primo, scena prima

La Società anonima Ilva viene costituita l’1 febbraio 1905. L’Ilva nasce dalla fusione di due colossi della siderurgia, Elba e Acciaierie Terni. Nei primi anni di vita l’Ilva fa fiera mostra del suo potenziale: nel 1911 nasce il Consorzio Ilva, il quale racchiude anche aziende minori.

Poi, nel 1921, la Banca Commerciale Italiana, maggiore creditrice dell’azienda, ne rileva la proprietà. Con la costituzione dell’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, la proprietà passa nelle mani del governo fascista, salvo essere affidata pochi anni dopo alla neonata finanziaria Finsider, società del Gruppo Iri per il settore siderurgico.

L’Ilva, atto primo, scena seconda

1965. Il presidente Saragat inaugura il centro siderurgico di Taranto. La nuova fabbrica porta migliaia di posti di lavoro in una terra, la Puglia, che di lavoro industriale aveva estremo bisogno. L’apertura della fabbrica alle porte della città, nel quartiere Tamburi, è accolta con giubilo nonostante l’effetto collaterale, triste ma inevitabile: l’abbattimento di 20 mila ulivi e la distruzione di antiche masserie. Siamo nel pieno dell’industrializzazione del boom economico e dei suoi corollari nessuno si lamenta. Posta l’ultima pietra, il polo siderurgico di Taranto-Tamburi si aggiunge a quello di Napoli-Bagnoli e Genova-Cornigliano.

L’Ilva, atto primo, scena terza.

Finsider viene messo in liquidazione e il colosso siderurgico torna a chiamarsi Ilva. L’azienda, pezzo dopo pezzo, viene ceduta alla famiglia Riva. La completa privatizzazione avverrà nel 1995, quando l’ormai enorme polo industriale – l’Ilva è il terzo produttore europeo di laminati – viene ceduto per intero al gruppo Riva. Si tratta di un affare da circa 2500 di miliardi di vecchie lire. Ma a cessione effettuata iniziano a venire a galla i problemi del colosso siderurgico.

L’Ilva, atto secondo, scena unica.

Nel 2002 uno studio epistemologico evidenzia una relazione tra le polveri respirabili emesse dagli impianti di Genova e gli effetti sulla salute. Lo studio attesta che nel quartiere dove risiede l’impianto genovese, nel periodo 1988-2001, la mortalità complessiva è costantemente superiore al resto della città. Nel 2005 la gravità dei danni ambientali e sanitari portano alla chiusura dello stabilimento di Cornigliano-Genova. Alla chiusura segue un notevole abbassamento dell’inquinamento; ma, insieme, un correlato aumento della disoccupazione. E’ il preludio di quel che avverrà, meno di dieci anni dopo, a Taranto.

L’Ilva, atto terzo, scena unica.

Nonostante la chiusura dello stabilimento genovese, l’Ilva va a gonfie vele. Nel suo periodo di maggiore fulgore l’azienda supera i ventimila dipendenti, ha quattro altoforni in funzione contemporaneamente (su cinque in dotazione) e una produzione che tra il 2007 e il 2008 si attesta sulle 10 milioni di tonnellate di acciaio annue. Un’immensità che vale il 40% del fabbisogno nazionale di acciaio, per di più alimentando alcuni dei settori manifatturieri più importanti del Paese. L’Ilva diventa un’icona del panorama industriale italiano. Ma qualcosa inizia a puzzare anche a Taranto, che con la chiusura dello stabilimento di Genova è diventato il polo principale dell’azienda nelle mani del gruppo Riva. Cos’è che puzza? L’aria. Di malattia e di morte.

L’Ilva, atto quarto, scena prima.

2012. Vengono depositate, presso la Procura della Repubblica di Taranto, due perizie, una chimica e l’altra epidemiologica, nell’ambito dell’incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso – direttore dello stabilimento siderurgico – e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato.

Sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

Tra le le sostanze disperse in modo incontrollato ci sono polveri, diossido di azoto, anidride solforosa, acido cloridrico, benzene e diossine. Quest’ultima è una classe di composti tra i più tossici, cancerogeni per l’uomo. I danni arrecati dalla diossina comportano anche l’avvelenamento del terreno in un raggio di 20 chilometri: e siamo in Puglia, una terra che sull’agricoltura e sul pascolo fa serio affidamento.

Ma c’è di più: nella seconda perizia, quella epidemiologica, nei sette anni presi in considerazione si legge di un totale di 11.550 morti per cause respiratorie e cardiovascolari; 26.999 ricoveri per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari. Una tragedia.

La perizia si chiude così: «l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte».

L’Ilva, atto quarto, scena seconda.

Marzo 2012. A seguito delle perizie le parti in causa stipulano un accordo che conduce all’emanazione di un decreto col quale si stanziano fondi per il risanamento della città. Lo stesso giorno in cui il decreto viene emanato il GIP di Taranto, Patrizia Todisco, dispone il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva. Nell’ordinanza il GIP conclude così: «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Il GIP dispone gli arresti di Emilio Riva, presidente dell’Ilva spa, il figlio Nicola, succedutogli alla carica, il direttore dello stabilimento – Luigi Capogrosso – e altri responsabili dell’area. Ma l’Ilva chiusa, pur comportando miglioramenti ambientali notevoli, causa nella zona alta disoccupazione. Gli ottomila operai della fabbrica scendono per strada. Uno dei conflitto della modernità, quello tra lavoro e ambiente, è sotto gli occhi di tutti.

L’Ilva, atto quarto, scena terza.

14 aprile 2013. Si svolge il referendum consultivo tra la popolazione di Taranto. Votano in 173mila. Il quesito era così formulato: “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’acciaieria Ilva?” I risultati parlano chiaro: vince il Sì con l’81,29% dei voti. Ma il referendum non è valido perché il quorum del 50% non è raggiunto.

L’Ilva, atto quarto, scena quarta.

Il GIP Todisco dispone un maxi sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva. Ma la corte di Cassazione, poco dopo, rigetta il sequestro in seguito al ricorso dei Riva. Ad ogni modo i Riva, col fiato della procura sul collo, mollano il cda dell’azienda e il governo si fa carico della tragedia commissariandola attraverso un decreto-legge del 4 giugno 2013. Dopo guerre legali e pronunciamenti della Consulta diventa chiara una cosa: prendere i soldi dei Riva per bonificare l’azienda è più difficile del previsto.

L’Ilva, oggi.

Le conseguenze negative del declino dell’Ilva sono sotto gli occhi di tutti. L’Italia nel 2011 era l’undicesimo paese al mondo per produzione d’acciaio: l’Ilva di Taranto ne produceva 9 – e ora, dopo il blocco causato dalle indagine in seguito alle perizie, siamo a poco più di 5.

Per di più, l’export italiano si affida per grossa parte alla vendita delle macchine per uso industriale: ma come mantenere competitivo un tale settore, se mancano i rifornimenti d’acciaio per le macchine? Emanuele Morandi ha sostenuto su Radio24 che la chiusura dell’Ilva comporterebbe l’abbassamento dello 0,15% del PIL italiano – sembra poca roba, ma si tratta di centinaia di milioni di euro.

C’è poi la questione del lavoro, dei lavoratori: sono 12mila posti di lavoro a rischio. E’ vero, finora non c’è stato nessun licenziamento. Ma la produzione è al minimo storico ed è chiaro a tutti che rimettere in piedi un’azienda come l’Ilva, dopo un terremoto del genere, è difficile, se non impossibile.

L’Ilva, domani.

L‘Ilva è in attesa della cessione voluta dal governo Renzi per risollevarla dalla crisi in cui versa. Sull’uscio aspettano Arcelor Mittal, con Marcegaglia e Arvedi, con Cassa Depositi e Prestiti. Nel 2017 si saprà, infine, chi si è aggiudicato l’Ilva e chi dovrà avere la forza e le finanze per rimetterla in moto. Ora, però, preoccupiamoci di utilizzare al meglio quel miliardo e mezzo strappato alla famiglia Riva. Risaniamo Taranto, facciamo ripartire l’Ilva.