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Glifosato: rischio reale o bufala?

glifosato

Se ne parla ormai da qualche mese, e la situazione non si è ancora sbloccata ne in una ne nell’altra direzione. Ma facciamo ordine e spieghiamo innanzitutto cos’è il glifosato.

Cos’è il glifosato

E’ una sostanza solida e inodore nota come diserbante totale, non selettivo. Questo vuol dire che distrugge indistintamente tutte le piante con cui viene a contatto e per questo motivo viene utilizzato solo nelle coltivazioni geneticamente modificate, le uniche in grado di resistergli.

E’ l’erbicida più venduto al Mondo ed in agricoltura si usa da ormai 40 anni. Nel marzo 2015, l’organismo internazionale IARC (International Agency for Research on Cancer) ha classificato la sostanza e i fitofarmaci che la contengono come “probabile cancerogena per l’uomo“.

Gli esperimenti effettuati in laboratorio hanno dimostrato che il glifosato genera nelle cellule danni a livello genetico e l’eccessiva produzione di radicali liberi che il corpo poi fatica ad eliminare.

E’ dal medioevo che gli agricoltori lottano contro gli infestanti grazie alla loro rimozione manuale, al massimo meccanica con la rivoluzione agricola e con la successiva invenzione della rotazione delle colture.

Al giorno d’oggi e soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura intensiva, si usa controllare la crescita delle piante “fastidiose” attraverso l’utilizzo di sostanze chimiche, che hanno l’innegabile vantaggio di tagliare i costi agronomici. Il problema principale è che gli erbicidi possono causare la generazione spontanea di piante infestanti erbicida-tolleranti, per non parlare dell’inquinamento ambientale che generano e possono danneggiare anche le stesse piante coltivate “buone”.

Le più moderne tecnologie permettono di inserire dei geni modificati all’interno della pianta desiderate, che sono in grado di dare ai vegetali una buona resistenza agli erbicidi. Nell’Unione Europea la coltivazione di piante geneticamente modificate è severamente vietata, mentre è possibile importare prodotti finiti di generazione OGM. Non è quindi per noi raro mangiare, ad esempio, carne di animali che sono stati alimentati con farine di soia, di orzo, ecc. ricavate da alcuni OGM.

Per anni il glifosato è stato considerato innocuo. Il fatto che permanga nelle acque superficiali e sotterranee è però oggi confermata, come è sicuramente dannoso respirarlo ed entrarci fisicamente a contatto. Questo vuol dire che è molto facile avere a che fare con il glifosato. In Argentina, la nazione che utilizza la maggior quantità di glifosato in proporzione al numero di abitanti, si sono riscontrate similitudini tra le aree dove viene utilizzato questo erbicida e l’aumento nel numero di casi di cancro.

Per cercare di fare più chiarezza su questo tema, alcuni autorevoli enti internazionali lo hanno messo sotto la propria lente, per lo più analizzando i diversi studi scientifici esistenti.

Come detto, secondo lo IARC, il glifosato è probabilmente cancerogeno e a supporto di questa tesi ci sono alcuni studi su topi di laboratorio che hanno dimostrato che è in grado di danneggiare il DNA, causare tumori nei reni e nel tessuto connettivo.

Parere più cauto è stato dato dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) la quale ritiene, in sintesi, che il glifosato “probabilmente non è cancerogeno”. Secondo alcuni tale parere è stato fortemente basato sul rapporto del BfR, l’Istituto Federale per la valutazione dei Rischi, che fornisce consulenza scientifica al governo tedesco. Quest’ultimo istituto, però, sembra che abbia fatto uscire il proprio rapporto dopo aver ricevuto informazioni sensibili da un gruppo di esperti (“Glyphosate task force”) formato anche da rappresentanti di aziende che producono fitofarmaci, contenenti glifosato.

Sono queste le stesse società che hanno chiesto di poter vendere il glifosato in Europa e che negli anni precedenti hanno commissionato ricerche scientifiche, le quali spesso hanno portato a definire il glifosato quale sostanza non cancerogena. Greenpeace, promotrice di una campagna di sensibilizzazione contro l’uso dell’erbicida in questione, denuncia quindi un grave conflitto di interessi in questo caso.

I due autorevoli enti difendono accanitamente i propri studi e cercano errore nel lavoro altrui. Ovviamente sono tutti elementi che creano confusione e incertezza nella popolazione e che rischiano di far pensare all’imparzialità degli enti di controllo generata dai potenziali poteri forti delle società produttrici di agrofarmaci.

Un piccolo passo avanti è stato fatto nel frattempo: l’EFSA, a fine 2015, ha fissato per la prima volta il DAR (Dose Acuta di Riferimento) per il glifosato. La dose massima consentita ingeribile in un periodo di tempo limitato, ad esempio 24 ore, senza influire negativamente sulla salute degli uomini è pari a 0,5 mg per kg di peso corporeo.

Il vero problema che emerge dal caso del glifosato è che ormai l’agricoltura intensiva, cioè quella atta alla massimizzazione della produzione, non è più sostenibile. Dopo i casi recenti riguardanti l’aspartame e l’olio di palma, simili per alcuni punti di vista al caso del glifosato, una cosa è certa: l’impegno del singolo cittadino può fare molto in termini di pressione sulle aziende che non rispettano codici di comportamento sociali, etici ed ambientali.

Servirebbe che sempre più gente adottasse l’abitudine di acquistare prodotti a chilometri zero, da agricoltori di fiducia, in modo da aumentare il proprio senso di sicurezza e per contrastare l’uso irrazionale di alcune risorse, come i pesticidi, che rischiano di diventare parte integrante della nostra alimentazione.

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